Come sentirsi a casa essendo lontani 11mila chilometri

Varcata la soglia dell’aeroporto Ezeiza, a Buenos Aires, nell’afosa (strano per me, ovvio per loro) notte del 28 dicembre 2006, quello che mi colpì, con effetto immediato sul mio umore, è stato l’affetto. Non proporzionato al grado di conoscenza che c’era fin lì, ovvero quasi nullo, tra me e i lontani cugini di mio padre (effettivamente poi non molto lontani, anzi carnali e quindi di primo grado!). Per loro ero una perfetta sconosciuta, se non per quel ricordo che di me avevano legato alla fisionomia di una bambina di nove anni. Si sono trovati davanti una donna di 25 e ovviamente il ricordo non combaciava con la presenza dal vivo. Ma non si sono “spaventati”. Anzi io, nei loro occhi, sono tornata a quel ricordo che loro avevano di me. I ben informati mi avevano avvertito, prima della mia partenza, di quanto e di come sarei stata accolta, del calore da cui sarei stata avvolta, ma io non avevo creduto davvero che tutto questo si avverasse. In fondo ero lì non tanto per loro, quanto per gustarmi tre mesi in Argentina.
L’occasione era anche buona per approfittare della loro ospitalità e per conoscerli, ma mai avrei pensato di sentirmi così coinvolta dal loro entusiasmo. E invece quei tre mesi sono serviti soprattutto a questo. Viaggiare lontana undici mila chilometri da casa per conoscere meglio da dove vengo, come ho fatto ad arrivare fin qui, chi sono stati quelli da cui discendo e che non ho mai conosciuto. Gli Italiani in Argentina sono quasi il 50% della popolazione, e se non hanno discendenze dirette, annoverano nel loro albero genealogico almeno un nonno o un bis-nonno italiano. Le comunità di calabresi e di abruzzesi battono numericamente quelle dei genovesi o dei piemontesi, ma riescono ad essere un tutt’uno.
Il viaggio che li ha portato oltre oceano non riesce a sfiorare nemmeno lontanamente le nostre immaginazioni. Neanche se si pensa a quei passeggeri di terza classe, tra topi e fame, dipinto dal “Titanic” di J. Cameron. Quasi 90 giorni di viaggio, per arrivare dove niente li stava aspettando, se non la paura, la tristezza, la malinconia della patria perduta. Gli Italiani si sa, si sanno arrangiare, e per vivere se ne sono inventati di tutti i colori. Dal lustra scarpe, al venditore ambulante, al muratore…fuggire da casa perché non riesci a mangiare, arrivare in un paese in cui, non solo non sai come mangiare, ma non parli nemmeno la stessa lingua degli altri, non ti conosce nessuno, e non sai a chi chiedere aiuto..
E’ lì, nelle trame di quella nostalgia, di quella tristezza dell’anima, di quella malattia del cuore, che si trovano le radici della nascita di una grande unica omogenea comunità italiana. L’unico sollievo che si poteva provare dopo una giornata di lavoro lunga 20 ore era cercare di trovare una faccia amica, o quantomeno qualcuno con cui comunicare anche in un dialetto stretto. Qualcuno che poteva capire perché nella stessa condizione. Qualcuno che non volesse perdere le proprie origini, qualcuno per cui l’Italia rimanesse la vera grande madre patria.
Qualcuno con cui piangere o divertirsi o non pensare. Ed eccoli lì allora i circoli italiani, i luoghi di riunione, le sale da ballo, le congregazioni, a volte divise anche per Regioni Italiane di provenienza. Ed è da quei sentimenti e da quelle paure, tutte italiane, che nascono tradizioni (e tipicità, è il caso di dirlo!), tutte argentine. Come il Tango (un pensiero triste che si balla…), o la pizza (che tutti gli argentini rivendicano come più buona dell’originale italiana – e a dirla tutta, ci si avvicina moltissimo!), le empanadas (nient’altro che una rivisitazione del classico calzone di pizza), o semplicemente il castillano, ovvero la lingua parlata in argentina, che è si, ovviamente, spagnolo, ma in una rivisitazione tutta italiana (in cui lo slang ricorda interamente l’italiano differendo in una parte considerevole dallo spagnolo puro). Sono stati soprattutto i mestieri, le tradizioni, il cuore, il lavoro degli italiani immigrati, che hanno reso l’Argentina quel paese complicato e difficile, ma così intensamente emozionante e ricco di energie che oggi è. Alla luce di tutto questo, scoperto giorno per giorno in tre mesi di peregrinazione in un paese che è 42 volte l’Italia e che conta solo 45 milioni di abitanti (di cui ben 25 ammassati nell’area della Capital Federal), è stato più facile capire quell’affetto che tutti mi donavano incondizionatamente, senza neanche prima conoscermi. L’evento era semplicemente che io ero lì. Non importava che all’inizio loro non erano una delle mie ragioni, non importava che nessuno mi conosceva, e che io non conoscevo loro, non importava che da loro sono stata 20 giorni su 90. Importava che io potessi permettergli di ricordare i tempi e i luoghi della loro infanzia (della loro…non della mia!), che avessero l’occasione di parlare delle centinaia di persone che avevano lasciato in Italia e di cui io ne conoscevo forse un quarto. Importava, ed importa ora, che mi hanno regalato l’opportunità di conoscerli e di amarli. Di pensare a loro e di sentire davvero, ora, la loro mancanza. Ma non come un’entità astratta (“I parenti in Argentina”), ma singolarmente. Come cuori ed esperienze. Come dire che non si può davvero andare avanti se non si conosce fino in fondo da dove si viene. E loro, gli Italiani d’Argentina, questo non lo dimenticano. Perché se è vero che dopo 50 anni vissuti a Buenos Aires o in qualche altra Provincia si sentono completamente Argentini, e se è vero che i loro figli di italiano mantengono solo le origini e la lingua (tutti infatti sono intelligentemente bilingui), è pur vero che l’Italia rimane la loro Madre Patria. Rimane quella nostalgia e quel pensiero pulito nel pensare al Bel Paese. Rimane la commozione. E rimane il romanticismo, completamente Italiano.

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