The Waterboys: Don’t bang the drum da This is the sea (1985)

La prima canzone del disco.

Le note di una tromba che paiono l’annuncio di una contesa bandito da un araldo medievale.

Tutti possono partecipare ma pochi sono in grado di riconoscerlo, questo « posto speciale ».

Prima, devono DIMOSTRARE.

Dimostrare di essere meritevoli, dimostrare di essere pronti a spogliarsi della propria anima, perchè la « specialità » di questo posto è quella di saper diventare « favoloso », così, come d’incanto, all’improvviso.

Don’ bang the drum (http://www.youtube.com/watch?v=cQrjlez5fJ8) racconta di un’ INIZIAZIONE : la corsa, antica quanto il tempo, tra i millantatori avidi di parole e profanatori di verità e i pochi che possono riconoscere la verità rispettando l’antichità della natura.

È la sfida tra il vecchio e il mare: se è vero che la natura propaga civiltà, allora è ancora più vero che la civilizzazione profana l’uomo (« and if I know you you’ll bang the drum… »), lo rende vuoto, combattuto tra l’inopia e l’opulenza, profeta dell’ineffabile incapace di essere libero.

La natura è la storia, al centro di un viaggio che dal « posto pagano » del disco precedente (« A  pagan place »,1983) conduce direttamente al mare (« This is the sea », titolo del disco e dell’ultimo brano): il mare come luogo sacro, raggiungibile non da chi si considera predestinato ma da chi è in grado di apprezzare la sapienza.

Una sorta di risveglio dalla terra di sepoltura.

Il mare non batte il tamburo, perchè il mare sa più dell’uomo, supplica, implora e respira come l’UOMO un tempo sapeva fare.

E avrà vita anche quando l’Uomo non sarà più.

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