Le benevole di Jonathan Littell (2006)
Impossibile scrivere di questo romanzo.
Impossibile perchè l’immenso fiume di parole che Jonathan Littell ci vomita addosso sa di definitivo.
Allora perchè si tenta, umilmente, di scrivere qualcosa? Lasciamo la risposta a uno scrittore che ha deciso di farsi da parte, schiacciato da un peso che non era suo e che ha scelto di far suo, per sopravvivere, con il minimo della razionalità che gli era stata concessa e con il massimo della razionalità che decise di concedersi.
Scriveva, Primo Levi, e concedeva interviste. Si faceva intervistare per raccontare. Una volta gli chiesero se ritenesse ancora possibile la scrittura dopo la Shoah. Levi rispose che l’unica scrittura possibile era quella SULLA Shoah.
Dopo la Shoah il nulla, quindi.
Littell, al suo esordio, si cimenta in un’impresa mai osata prima: il racconto degli orrori della Seconda Guerra Mondiale visto dalla parte dei carnefici. Il protagonista del libro, Maximilien Aue, è un ex ufficiale delle SS che è riuscito a riparare in Francia dopo la disfatta della Germania.
Littell fa parlare Aue in prima persona e, probabilmente, non vi sarebbero stati altri modi per descrivere l’orrore puro che il suo personaggio incarna. Aue, nelle intenzioni del suo creatore, è un ritratto di Dorian Gray vivente: orfano, incestuoso, matricida alla fine del romanzo, miracolato, corrotto e fortunato come nessuno, sembra voler rappresentare il messo che annuncia la fine della Storia. Sembra quasi che la Storia gli passi accanto e lui, cosi’, a caso, come parte di un gioco, in qualche modo, sopravvive.
Ben 943 pagine, nelle quali tutto il repertorio di negatività possibile è compreso: memorabili le descrizioni della vita quotidiana – e per vita quotidiana intendiamo gli assassini quotidiani- dei Sonderkommando, addirittura epico il racconto, quasi apologetico, a tratti, della laidezza della vita, in perfetta dialettica tra l’onanismo (non a caso Aue, razionalmente privo di ogni senso di colpa sogna, perchè, come per scusarsi, afferma di non poter fare altro che pensare troppo), il sadomasochismo, la scatologia e la mercificazione, omosessuale e non.
L’ambizione dello stile di Littell è senza dubbio la sinfonia: il suo modo di scrivere, incredibilmente documentaristico, è un continuo susseguirsi di contrappunti, nervoso ed incalzante e lascia improvvisamente spazio a lunghissime descrizioni di sogni, a volte mortificanti per la precisione dei particolari.
Coltissimo, Aue è il simbolo della morte della cultura, musicista mancato (i capitoli del libro sono tutti rimandi ai canoni della musica barocca), Aue è cofondatore del Silenzio.
Il colpo da maestro di Littell, in un romanzo in cui la speranza brilla cosi’ tanto, proprio perchè sembra essere affondata anche lei nel baratro della storia, è nel titolo: Le Benevole, meglio dette Eumenidi, ossia, nella mitologia greca, le personificazioni femminili della vendetta, che rappresentavano il rimorso generato dai fatti di sangue più efferati.
Ma, se l’assioma iniziale era che fosse impossibile scrivere de Le Benevole, allora lasciamo alle prime parole di Maximilien Aue, in attesa che le Eumenidi bevano il calice della vendetta, la dovuta conclusione:
Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata. Non siamo tuoi fratelli, ribatterete voi, e non vogliamo saperlo. Ed è ben vero che si tratta di una storia cupa, ma anche edificante, un vero racconto morale, ve l’assicuro. Rischia di essere un po’ lungo, in fondo sono successe tante cose, ma se per caso non andate troppo di fretta, con un po’ di fortuna troverete il tempo. E poi vi riguarda: vedrete che vi riguarda. (…) Io sono colpevole, voi non lo siete, mi sta bene. Ma dovreste comunque essere capaci di dire a voi stessi che ciò che ho fatto io, l’avreste fatto anche voi.
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