P. J. Harvey: This mess we’re in… (2000)

P.J. Harvey abbraccia il Duemila costruendo quello che è probabilmente il suo incubo più visionario.

Vestiti i panni del regista maledetto, la Harvey ci invita ad assistere alla “prima” di una rappresentazione che non prevederà repliche, né le ammetterà: in una sola parola, l’APOCALISSE.

Polly Jean abbandona la metafora con un titolo che è tutto un programma, This mess we’ re in: un pugno nello stomaco, di quelli che fanno sputare sangue. Non sappiamo se si tratti di un sogno, di una finzione o di puro nichilismo esistenziale, ma quel che è certo è che stiamo sfogliando le pagine dell’ULTIMO LIBRO, quello che, una volta chiuso, lascerà il passo alla desolazione della polvere.

Per il primo duetto della sua carriera, che sceglie di ambientare in una New York definita dagli elicotteri e da grattacieli in procinto di crollare, la Harvey si affida alla voce litanica di Thom Yorke dei Radiohead e riserva a sé stessa i cori e le ripetizioni delle frasi musicali: il risultato, più che un duetto, sembra un duello all’ultimo lamento tra l’alba, che come ogni mattina, si appresta a sorgere ma non è più in grado farlo (Yorke) e il tramonto, che avvolge la città e le indica la fine (Harvey). Tutt’intorno, sono solo echi di macerie.

Le parole della canzone sono tutte al presente: come se l’abbacinato naufrago metropolitano protagonista si trovasse in una sorta di presente storico, lì, ora e, soprattutto, per sempre. L’unica – e geniale, in un contesto così desolato – concessione alla speranza è il rifugio nella dimensione onirica, ma il sogno, nella proposta filosofica che P. J. Harvey assegna al nuovo millennio, è impossibile:“Night and day I dream of Making-love To you now baby Love-making On-screen Impossible dream”…

Profetessa di sventura, Polly Jean Harvey non lascia ai posteri l’ardua sentenza: le parole di This mess we’re in, infatti, paiono avere tutta l’intenzione di non fare prigionieri.

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