Joy Division: Atrocity Exhibition da Closer (1980)

Un teatro, o qualcosa che gli assomiglia. Una buca d’orchestra, o almeno così sembra.

Il tempo è definito dal buio, lo spazio, al contrario, è illimitato. L’ascissa e l’ordinata dell’infinito, infinito perché mai potrà finire.

La sala pare gremita, ma nessuno guarda, nessuno parla, nessuno osserva, nessuno respira, nessuno… Semplicemente, Nessuno è, ora. E, per ora, soltanto il Nulla.

Solitarie anime dal corpo smarrito, attendiamo, nella speranza che qualcosa succeda. Perchè, anche se non c’è nessuno, qualcosa dovrà pur succedere. Altrimenti non saremmo qui, attanagliati dal dubbio, indecisi tra i vizi della realtà e le virtù del sogno.

D’improvviso, si accende una luce: distintamente, si riconosce una bacchetta.

Poi una voce, nell’oscurità.

“Per quanto il tempo non esista, perdonatemi se chiedo un secondo della vostra attenzione. Pur tenendo a rimarcare il fatto che, non ORA, non QUI, Nessuno è – soprattutto io!- ho piacere di presentarmi: il mio nome è Lucifero, ma, solo per voi, sono il Direttore d’ Orchestra”.

“Andiamo a cominciare: benvenuti all’inferno!”.

Atrocity Exhibition è il rito tribale che apre il secondo disco dei Joy Division: si potrebbe raccontare a lungo del gruppo di Manchester e del loro cantante, ma si aprirebbero, ancora una volta, le porte al culto. Poco interessante, e ripetitivo senza via di scampo.

La via d’uscita è scommettere: la posta in gioco è un viaggio di 6 minuti, guidati da un Caronte di 23 anni, che sui propri incubi ha scommesso, pur sapendo che avrebbe perso.

Questa è la via, entrate, canta una voce di Nessuno che arriva dal Nulla.

Il canto di una Sirena? Il viaggio di Ulisse? Nessuno lo saprà veramente mai.

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