Joy Division: Atrocity Exhibition da Closer (1980)

Un teatro, o qualcosa che gli assomiglia. Una buca d’orchestra, o almeno così sembra.

Il tempo è definito dal buio, lo spazio, al contrario, è illimitato. L’ascissa e l’ordinata dell’infinito, infinito perché mai potrà finire.

La sala pare gremita, ma nessuno guarda, nessuno parla, nessuno osserva, nessuno respira, nessuno… Semplicemente, Nessuno è, ora. E, per ora, soltanto il Nulla.

Solitarie anime dal corpo smarrito, attendiamo, nella speranza che qualcosa succeda. Perchè, anche se non c’è nessuno, qualcosa dovrà pur succedere. Altrimenti non saremmo qui, attanagliati dal dubbio, indecisi tra i vizi della realtà e le virtù del sogno. (continua…)

P. J. Harvey: This mess we’re in… (2000)

P.J. Harvey abbraccia il Duemila costruendo quello che è probabilmente il suo incubo più visionario.

Vestiti i panni del regista maledetto, la Harvey ci invita ad assistere alla “prima” di una rappresentazione che non prevederà repliche, né le ammetterà: in una sola parola, l’APOCALISSE.

Polly Jean abbandona la metafora con un titolo che è tutto un programma, This mess we’ re in: un pugno nello stomaco, di quelli che fanno sputare sangue. Non sappiamo se si tratti di un sogno, di una finzione o di puro nichilismo esistenziale, ma quel che è certo è che stiamo sfogliando le pagine dell’ULTIMO LIBRO, quello che, una volta chiuso, lascerà il passo alla desolazione della polvere. (continua…)

The Clash: Lost in the Supermarket da London Calling (1979)

Per gli amanti delle classifiche, London Calling compare nella lista dei 500 migliori album compilata da Rolling Stone alla posizione numero 8 ed è considerato, sempre da Rolling Stone, come il migliore album degli anni ‘80.

Il terzo disco dei Clash – un azzardato doppio, che sarà seguito da un azzardatissimo triplo, Sandinista, nel 1980 – viene pubblicato nel dicembre 1979. Il 1979 è l’anno in cui Margaret Thatcher diventa per la prima volta Primo Ministro del Regno Unito. Solo una coincidenza? Oppure l’ondata conservatore al Governo ha influenzato in maniera determinante la svolta politica dei Clash? (continua…)

Editors: The racing rats da The end has a start

Manhattan, 11 settembre 2001, più o meno le otto del mattino.

Qualcuno, forse con una tazza di caffè in mano, attraverso una finestra delle Torri Gemelle, osserva l’alto dei cieli, senza immaginare che New York, in pochi minuti, diventerà il Nord e il Sud del mondo.

Qualcuno che, come facciamo un po’ tutti i giorni, con malcelata noncuranza, affronta stancamente i propri pensieri: la sommessa deriva del riesame mattutino della vita, prima del lavoro, prima che sia sempre tutto come al solito…

Alba, risveglio, necessità, lavoro, sorrisi, battute, pausa, riunione, telefonate, rientro a casa, cinema, cena… (continua…)

Bloc Party: Kreuzberg da A weekend in the city

Dopo il boom del disco di debutto (Silent Alarm, 2005), i Bloc Party sono attesi all’esame del “secondo disco” (A weekend in the city, 2007)…

Gli danno un taglio elettronico, e ripetono, senza grandi difficoltà, il successo dell’esordio, cercando di rendere più equilibrato il connubio tra rock tirato e psichedelia che li aveva resi famosi a suo tempo.

Ne viene fuori una prova sfuggente e indefinibile, ricca di sperimentazioni. Un disco sempre in fuga dalle trappole della ripetitività, lontano dalle classificazioni e dai peana dello star-system. (continua…)

Games for Days da Julian Plenti is…Skyscraper (2009)

Julian Plenti è il nome che Paul Banks, il cantante degli Interpol, ha scelto di usare per il suo esordio da solista, Julian Plenti is…Skyscraper.

Un titolo – “Julian Plenti è… un grattacielo” – che definisce tutto il disco, un disco fatto di continui controtempi, che, come tutti quasi i primi dischi solisti del cantante di un gruppo che va per la maggiore, ricalca in qualche modo le atmosfere delle prove precedenti, ma, solenne, se ne discosta, alla maniera di un re che ha volutamente abbandonato il suo trono.

Se gli Interpol continuano ad essere la forma, il verbo dell’espressione solitaria è contraddirli: una continua tensione dialettica tra il figliol prodigo che alla fine non puo’ far altro che tornare alla casa natale e l’allievo che desidera di superare il maestro, ma sa che non è ancora il tempo. (continua…)

Slowdive: When the sun hits da Souvlaki (1993)

Capita spesso di sognare di volare.

Il desiderio di provarci è bruciato in tanti e qualcuno ha pure creduto di riuscirci, seppur per un istante.

Un istante che è valso l’eternità, d’accordo, ma pur sempre un istante.

Ma quando il sole colpisce, la cera si scioglie ed è il ritorno ai più miti consigli. (continua…)

The Waterboys: Don’t bang the drum da This is the sea (1985)

La prima canzone del disco.

Le note di una tromba che paiono l’annuncio di una contesa bandito da un araldo medievale.

Tutti possono partecipare ma pochi sono in grado di riconoscerlo, questo « posto speciale ».

Prima, devono DIMOSTRARE.

Dimostrare di essere meritevoli, dimostrare di essere pronti a spogliarsi della propria anima, perchè la « specialità » di questo posto è quella di saper diventare « favoloso », così, come d’incanto, all’improvviso. (continua…)

Arcade Fire: Neighborhood # 2 (Laika) da Funeral (2004)

Ai concerti, si aspetta sempre che risuonino le note di un inno.

La categoria dell’inno è antiaristotelica per eccellenza: inni concepiti per esserlo, inni passati inosservati ma riportati alla vita da altre voci, grazie a forme altre, inni generati dai sacrifici, inni involontari e inconsapevoli, inni loro malgrado…

Ai concerti, di solito,  tutto tace in attesa dell’inno, anche se è un’agorà di voci e di sudore…

Ai concerti degli Arcade Fire c’è molta anomalia: per una band così originale, non iscrivibile in nessuna categoria e non imprigionabile in influenze da progenitura rock, formata solo ed esclusivamente da polistrumentisti e pensata come panorama in cui gli orizzonti non sono definibili, l’epifania diventa quasi un dovere. (continua…)

La Crus: Come ogni volta – da Dentro me (1997)

Ci sono canzoni che SEMBRANO.

Ce ne sono alcune che SEMBRANO ESSERE.

Ce ne sono altre che SONO e non se ne può dire più nulla.

Ce ne sono altre che si aprono lentamente, come se fosse il vento a scoprirle.

Ci sono anche canzoni – non capita spesso, ma quando capita è VERO – che indicano una direzione, illuminano un passaggio, scoperchiano una botola. (continua…)