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	<title>DejaVoice.it &#187; Incursioni di un fan</title>
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	<description>Siamo noi, quella di DejaVoice, già TheVoiceMag!</description>
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		<title>Joy Division: Atrocity Exhibition da Closer (1980)</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 09:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Dessì</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incursioni di un fan]]></category>

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		<description><![CDATA[Un teatro, o qualcosa che gli assomiglia. Una buca d’orchestra, o almeno così sembra.
Il tempo è definito dal buio, lo spazio, al contrario, è illimitato. L’ascissa e l’ordinata dell’infinito, infinito perché mai potrà finire.
La sala pare gremita, ma nessuno guarda, nessuno parla, nessuno osserva, nessuno respira, nessuno… Semplicemente, Nessuno è, ora. E, per ora, soltanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="margin: 4px; float: left;" src="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2010/01/joy-division.jpg" alt="" width="262" height="410" />Un teatro, o qualcosa che gli assomiglia. Una buca d’orchestra, o almeno così sembra.</p>
<p>Il tempo è definito dal buio, lo spazio, al contrario, è illimitato. L’ascissa e l’ordinata dell’infinito, infinito perché mai potrà finire.</p>
<p>La sala pare gremita, ma nessuno guarda, nessuno parla, nessuno osserva, nessuno respira, nessuno… Semplicemente, Nessuno è, ora. E, per ora, soltanto il Nulla.</p>
<p>Solitarie anime dal corpo smarrito, attendiamo, nella speranza che qualcosa succeda. Perchè, anche se non c’è nessuno, qualcosa dovrà pur succedere. Altrimenti non saremmo qui, attanagliati dal dubbio, indecisi tra i vizi della realtà e le virtù del sogno.<span id="more-1257"></span></p>
<p>D’improvviso, si accende una luce: distintamente, si riconosce una bacchetta.</p>
<p>Poi una voce, nell’oscurità.</p>
<p>“Per quanto il tempo non esista, perdonatemi se chiedo un secondo della vostra attenzione. Pur tenendo a rimarcare il fatto che, non ORA, non QUI, Nessuno è &#8211; soprattutto io!- ho piacere di presentarmi: il mio nome è Lucifero, ma, solo per voi, sono il Direttore d’ Orchestra”.</p>
<p>“Andiamo a cominciare: benvenuti all’inferno!”.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=sDxciYuygmU" target="_blank">Atrocity Exhibition</a> è il rito tribale che apre il secondo disco dei Joy Division: si potrebbe raccontare a lungo del gruppo di Manchester e del loro cantante, ma si aprirebbero, ancora una volta, le porte al culto. Poco interessante, e ripetitivo senza via di scampo.</p>
<p>La via d’uscita è scommettere: la posta in gioco è un viaggio di 6 minuti, guidati da un Caronte di 23 anni, che sui propri incubi ha scommesso, pur sapendo che avrebbe perso.</p>
<p>Questa è la via, entrate, canta una voce di Nessuno che arriva dal Nulla.</p>
<p>Il canto di una Sirena? Il viaggio di Ulisse? Nessuno lo saprà veramente mai.</p>
<p>
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		<title>P. J. Harvey: This mess we’re in… (2000)</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 10:20:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Dessì</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incursioni di un fan]]></category>

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		<description><![CDATA[P.J. Harvey abbraccia il Duemila costruendo quello che è probabilmente il suo incubo più visionario.
Vestiti i panni del regista maledetto, la Harvey ci invita ad assistere alla “prima” di una rappresentazione che non prevederà repliche, né le ammetterà: in una sola parola, l’APOCALISSE.
Polly Jean abbandona la metafora con un titolo che è tutto un programma, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="margin: 4px; float: left;" title="pj harvey" src="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/12/PJ-Harvey.jpg" alt="" width="302" height="250" />P.J. Harvey abbraccia il Duemila costruendo quello che è probabilmente il suo incubo più visionario.</p>
<p>Vestiti i panni del regista maledetto, la Harvey ci invita ad assistere alla “prima” di una rappresentazione che non prevederà repliche, né le ammetterà: in una sola parola, l’APOCALISSE.</p>
<p>Polly Jean abbandona la metafora con un titolo che è tutto un programma, This mess we’ re in: un pugno nello stomaco, di quelli che fanno sputare sangue. Non sappiamo se si tratti di un sogno, di una finzione o di puro nichilismo esistenziale,  ma quel che è certo è che stiamo sfogliando le pagine dell’ULTIMO LIBRO, quello che, una volta chiuso, lascerà il passo alla desolazione della polvere.<span id="more-1217"></span></p>
<p>Per il primo duetto della sua carriera, che sceglie di ambientare in una New York definita dagli elicotteri e da grattacieli in procinto di crollare, la Harvey si affida alla voce litanica di Thom Yorke dei Radiohead e riserva a sé stessa i cori e le ripetizioni delle frasi musicali: il risultato, più che un duetto, sembra un duello all’ultimo lamento tra l’alba, che come ogni mattina, si appresta a sorgere ma non è più in grado farlo (Yorke) e il tramonto, che avvolge la città e le indica la fine (Harvey). Tutt’intorno, sono solo echi di macerie.</p>
<p>Le parole della canzone sono tutte al presente: come se l’abbacinato naufrago metropolitano protagonista si trovasse in una sorta di presente storico, lì, ora e, soprattutto, per sempre. L’unica – e geniale, in un contesto così desolato – concessione alla speranza è il rifugio nella dimensione onirica, ma il sogno, nella proposta filosofica che P. J. Harvey assegna al nuovo millennio, è impossibile:“Night and day I dream of Making-love To you now baby Love-making On-screen Impossible dream”…</p>
<p>Profetessa di sventura, Polly Jean Harvey non lascia ai posteri l’ardua sentenza: le parole di This mess we’re in, infatti, paiono avere tutta l’intenzione di non fare prigionieri.</p>
<p>
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		<title>The Clash: Lost in the Supermarket da London Calling (1979)</title>
		<link>http://www.dejavoice.it/2009/12/07/the-clash-lost-in-the-supermarket-da-london-calling-1979/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 09:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Dessì</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incursioni di un fan]]></category>

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		<description><![CDATA[Per gli amanti delle classifiche, London Calling compare nella lista dei 500 migliori album compilata da Rolling Stone alla posizione numero 8 ed è considerato, sempre da Rolling Stone, come il migliore album degli anni &#8216;80.
Il terzo disco dei Clash &#8211; un azzardato doppio, che sarà seguito da un azzardatissimo triplo, Sandinista, nel 1980 &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="margin: 4px; float: left;" src="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/12/londoncalling.jpg" alt="" width="250" />Per gli amanti delle classifiche, London Calling compare nella lista dei 500 migliori album compilata da Rolling Stone alla posizione numero 8 ed è considerato, sempre da Rolling Stone, come il migliore album degli anni &#8216;80.</p>
<p>Il terzo disco dei Clash &#8211; un azzardato doppio, che sarà seguito da un azzardatissimo triplo, Sandinista, nel 1980 &#8211; viene pubblicato nel dicembre 1979. Il 1979 è l’anno in cui Margaret Thatcher diventa per la prima volta Primo Ministro del Regno Unito. Solo una coincidenza? Oppure l’ondata conservatore al Governo ha influenzato in maniera determinante la svolta politica dei Clash?<span id="more-1168"></span></p>
<p>Prima di allora i quattro londinesi erano “soltanto” un grande gruppo punk della prima ora, oscurati dalla ribellione contro tutto e tutti dei gruppi seguaci dei Sex Pistols. Se avessero continuato a fare musica vantandosi di non saper suonare, secondo l’attitudine tipica del punk, soprattutto quello inglese della prima ondata (1976), si sarebbero guardati ben presto svanire nel gran calderone del clichè senza compromessi proprio delle sottoculture: sono coerente, e va bene, ma non farò mai veramente arte, e dopotutto, non è che m’importi poi tanto. Se poi l’eroina è dietro l’angolo, beh, that’ s the story e God bless the punks!</p>
<p>I Clash, già aggrediti dal virus della ripetizione da secondo disco, con London Calling cambiano completamente direzione e scelgono di farsi trasportare dalle correnti. Il risultato è una sommatoria delle forze perfettamente in equilibrio: manifesti (la celebre copertina, evidente citazione del primo disco di Elvis, in cui l’immagine di Paul Simonon che distrugge il suo basso simboleggia la morte del rock e il ritorno alle radici; la maestosa title-track), aperture funk (Jimmy Jazz, The Four Horsemen, The Right Profile, dedicata a Montgomery Clift), reggae a gò gò (Rudie can’t fail, Revolution Rock, Wrong’em Boyo, la superba The Guns of Brixton, cronaca di una rivolta nel quartiere giamicano di Londra), il pop (I’m not Down, Train in Vain), la politica (l’epica Spanish Bombs, Hateful, Clampdown, Koka Kola).</p>
<p>Ma è <a href="http://www.youtube.com/watch?v=BA8LWKiOTGI" target="_blank">Lost in the Supermarket</a> , grazie alla sua geniale ironia pop, a non rassegnarsi alle statistiche e a prenotarsi per l’isola deserta. In questa canzone, cantata da Mick Jones (*), ci sono tutti gli ingredienti del genio dei Clash: il racconto della povera giornata di un middle class man ormai quasi proletario, disilluso dalla vita, sfiancato dalla bottiglia, umiliato dalle file per il sussidio, alla ricerca della propria sicurezza.</p>
<p>Perché, per i Clash, al tempo della Thatcher, la personalità è in vendita in offerta speciale nei supermercati.</p>
<p>(*) Chitarrista e seconda voce dei Clash.</p>
<p>NB: Certi che Joe Strummer non se la prenderà se, dopo profondo turbamento, la scelta è caduta su questa canzone, ma, lì dove sta, ci sorriderà sopra e si farà una fumata…R.I.P.</p>
<p>
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		<title>Editors: The racing rats da The end has a start</title>
		<link>http://www.dejavoice.it/2009/11/05/editors-the-racing-rats-da-the-end-has-a-start/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 09:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Dessì</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incursioni di un fan]]></category>

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		<description><![CDATA[ Manhattan, 11 settembre 2001, più o meno le otto del mattino.
Qualcuno, forse con una tazza di caffè in mano, attraverso una finestra delle Torri Gemelle, osserva l&#8217;alto dei cieli, senza immaginare che New York, in pochi minuti, diventerà il Nord e il Sud del mondo.
Qualcuno che, come facciamo un po&#8217; tutti i giorni, con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="margin: 4px; float: left;" src="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/11/Editors.jpg" alt="" width="250" /> Manhattan, 11 settembre 2001, più o meno le otto del mattino.</p>
<p>Qualcuno, forse con una tazza di caffè in mano, attraverso una finestra delle Torri Gemelle, osserva l&#8217;alto dei cieli, senza immaginare che New York, in pochi minuti, diventerà il Nord e il Sud del mondo.</p>
<p>Qualcuno che, come facciamo un po&#8217; tutti i giorni, con malcelata noncuranza, affronta stancamente i propri pensieri: la sommessa deriva del riesame mattutino della vita, prima del lavoro, prima che sia sempre tutto come al solito&#8230;</p>
<p>Alba, risveglio, necessità, lavoro, sorrisi, battute, pausa, riunione, telefonate, rientro a casa, cinema, cena&#8230;<span id="more-912"></span></p>
<p>Tramonto, la Notte: buuuuuuuuuuuuuuuuuuum!!!</p>
<p>The racing rats (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=UNriwC37qog" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=UNriwC37qog</a>) degli inglesi Editors, tratta dal loro secondo album, The end has a start (2007), si presta perfettamente a raccogliere gli ultimi pensieri di un condannato a morte, involontario pedone del destino, che si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato, in mezzo ai grattacieli, al riparo dai riflessi del sole, con i giochi di luce del cielo piantati in mezzo agli occhi.</p>
<p>Siamo nel pieno di un incubo ad occhi aperti: dopo i rimpianti e prima del commiato.</p>
<p>Strizzando l&#8217;occhio agli U2, soprattutto quelli di Boy e di October, senza disdegnare le lezioni del primo The Edge, quello che non poteva evitare di suonare &#8220;sul bordo&#8221; e dei Joy Division &#8211; Ian Curtis, se fosse vissuto abbastanza per riuscire a cantare negli stadi, avrebbe probabilmente chiesto a Tom Smith di fargli da corista per le note più alte &#8211; gli Editors, attingendo a piene mani dalla New Wave anni &#8216;80, si siedono a buon diritto alla mensa presunto-dark occupata dai Franz Ferdinand e, soprattutto, dagli Interpol, che ne restano comunque gli indiscussi capotavola.</p>
<p>Ma, per questo pezzo, il tributo maggiore, soprattutto dal punto di vista del testo, è per i grandissimi Smiths di There is a light that never goes out (http://www.youtube.com/watch?v=INgXzChwipY): indubbio che vi sia una discendenza tra l&#8217;agognato &#8220;crash&#8221; dell&#8217;autobus delle parole di Morrissey e il &#8220;crash&#8221; dell&#8217;aeroplano, che &#8220;se cadesse dal cielo, chissà che buco farebbe, nella superficie della terra&#8221;, come racconta, meravigliato, il rassegnato protagonista del testo di Tom Smith.</p>
<p>Quando la nave affonda i topi scappano (The racing rats), ma, evidentemente, qualcuno rimane in trappola!</p>
<p>NB: A seguire, resoconto di una prossima esibizione live degli Editors..</p>
<p>
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		<title>Bloc Party: Kreuzberg da A weekend in the city</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 09:47:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Dessì</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incursioni di un fan]]></category>

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		<description><![CDATA[ Dopo il boom del disco di debutto (Silent Alarm, 2005), i Bloc Party sono attesi all&#8217;esame del &#8220;secondo disco&#8221; (A weekend in the city, 2007)&#8230;
Gli danno un taglio elettronico, e ripetono, senza grandi difficoltà, il successo dell&#8217;esordio, cercando di rendere più equilibrato il connubio tra rock tirato e psichedelia che li aveva resi famosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="margin: 4px; float: left;" src="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/10/BlocParty.jpg" alt="" width="250" /> Dopo il boom del disco di debutto (Silent Alarm, 2005), i Bloc Party sono attesi all&#8217;esame del &#8220;secondo disco&#8221; (A weekend in the city, 2007)&#8230;</p>
<p>Gli danno un taglio elettronico, e ripetono, senza grandi difficoltà, il successo dell&#8217;esordio, cercando di rendere più equilibrato il connubio tra rock tirato e psichedelia che li aveva resi famosi a suo tempo.</p>
<p>Ne viene fuori una prova sfuggente e indefinibile, ricca di sperimentazioni. Un disco sempre in fuga dalle trappole della ripetitività, lontano dalle classificazioni e dai peana dello star-system.<span id="more-867"></span></p>
<p>Kreuzberg (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=XRjQMkOLx8g&amp;feature=related" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=XRjQMkOLx8g&amp;feature=related</a>), qui in versione live, arriva verso la fine, inaspettata, quasi come se volesse stabilire un tempo o determinare un canone.</p>
<p>All&#8217;inizio sembra una ballata, ma non lo è davvero. Ha le tracce di una cavalcata rock, specialmente nel ritornello, ma da cavallo si cade presto. I controcori cominciano in falsetto, cosa assai rara. Sembra quasi una canzone che stia alla larga dalle correnti: il panorama visto dal guado.</p>
<p>Kreuzberg è il quartiere turco di Berlino, meglio conosciuto come &#8220;piccola Istanbul&#8221;: riconoscendosi nella tradizione che parte, alla fine degli anni &#8216;70, da Iggy Pop a David Bowie, passando per Berlin di Lou Reed e finisce negli anni &#8216;90 con gli U2 di Achtung Baby e Zooropa, i Bloc Party cercano la loro ispirazione nel Muro, o meglio, nei suoi resti, sempiterno monito di divisione, alla ricerca del ricongiungimento.</p>
<p>Nel testo troviamo tracce di insicurezza giovanile, forse di omosessualità, comunque segnali di confusione, privi di riscatto, all&#8217;alba di una stazione e al tramonto di una metropolitana. I sapori amari di una toccata e fuga.</p>
<p>Kreuzberg è la perdita dell&#8217;innocenza: la strada maestra che conduce alla periferia della vita.</p>
<p>NB: Piccola chicca: un originalissimo esempio di cover (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=dmo96jHbn0c&amp;feature=related" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=dmo96jHbn0c&amp;feature=related</a>), a dimostrazione che l&#8217;unica cosa che conta, alla fine, comunque la si destrutturi o la si ricrei, è la canzone.</p>
<p>
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		<title>Games for Days da Julian Plenti is&#8230;Skyscraper (2009)</title>
		<link>http://www.dejavoice.it/2009/10/15/games-for-days-da-julian-plenti-is-skyscraper-2009/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 08:30:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Dessì</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incursioni di un fan]]></category>

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		<description><![CDATA[Julian Plenti è il nome che Paul Banks, il cantante degli Interpol, ha scelto di usare per il suo esordio da solista, Julian Plenti is&#8230;Skyscraper.
Un titolo &#8211; &#8220;Julian Plenti è&#8230; un grattacielo&#8221; &#8211; che definisce tutto il disco, un disco fatto di continui controtempi, che, come tutti quasi i primi dischi solisti del cantante di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="margin: 4px; float: left;" src="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/10/JulianPlenti.jpg" alt="" width="250" />Julian Plenti è il nome che Paul Banks, il cantante degli Interpol, ha scelto di usare per il suo esordio da solista, Julian Plenti is&#8230;Skyscraper.</p>
<p>Un titolo &#8211; &#8220;Julian Plenti è&#8230; un grattacielo&#8221; &#8211; che definisce tutto il disco, un disco fatto di continui controtempi, che, come tutti quasi i primi dischi solisti del cantante di un gruppo che va per la maggiore, ricalca in qualche modo le atmosfere delle prove precedenti, ma, solenne, se ne discosta, alla maniera di un re che ha volutamente abbandonato il suo trono.</p>
<p>Se gli Interpol continuano ad essere la forma, il verbo dell&#8217;espressione solitaria è contraddirli: una continua tensione dialettica tra il figliol prodigo che alla fine non puo&#8217; far altro che tornare alla casa natale e l&#8217;allievo che desidera di superare il maestro, ma sa che non è ancora il tempo.<span id="more-774"></span></p>
<p>Skyscraper è una sorta di raccolta di scatole cinesi in musica rock: più le apri, più ti accorgi dei particolari. Un piano registrato in lontananza, una chitarra che tarda a partire, assoli che durano pochi secondi, canzoni brevissime (il disco dura solo 37 minuti), ballate che ripetono un&#8217;unica frase musicale e che finiscono all&#8217;improvviso.</p>
<p>Games for days (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=O1aoW6nPUrc" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=O1aoW6nPUrc</a>) è, forse, il paradigma di questo progetto: in questo pezzo, Julian Plenti/Paul Banks mette in fila tutte le sue ossessioni, musicali e poetiche e costruisce una &#8220;spystory&#8221; d&#8217;amore, che ha per protagonista una &#8220;regina di cuori&#8221; che inganna per diletto e fugge via, ridendo. La vedova nera, piena di ammirazione per sè stessa e ironica degli omaggi.</p>
<p>E&#8217; una canzone dal tratto maestoso, quasi narcisistica (non a caso, lo specchio, nel video, è un tema costante). Un brano, a lezione dagli Interpol, sulla magnificenza della fugacità.</p>
<p>Games for days sarebbe potuta essere una perfetta colonna sonora per &#8220;Funny games&#8221; di Michael Haneke: film che drammatizza, evocativo, l&#8217;attrazione immotivata del bene verso il male.</p>
<p>Julian Plenti. Plenty of Interpol, forse, ma non abbastanza.</p>
<p>
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		<title>Slowdive: When the sun hits da Souvlaki (1993)</title>
		<link>http://www.dejavoice.it/2009/09/22/slowdive-when-the-sun-hits-da-souvlaki-1993/</link>
		<comments>http://www.dejavoice.it/2009/09/22/slowdive-when-the-sun-hits-da-souvlaki-1993/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 08:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Dessì</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incursioni di un fan]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.dejavoice.it/?p=513</guid>
		<description><![CDATA[Capita spesso di sognare di volare.
Il desiderio di provarci è bruciato in tanti e qualcuno ha pure creduto di riuscirci, seppur per un istante.
Un istante che è valso l&#8217;eternità, d&#8217;accordo, ma pur sempre un istante.
Ma quando il sole colpisce, la cera si scioglie ed è il ritorno ai più miti consigli.
When the sun hits http://www.youtube.com/watch?v=MF96gNl7O5A [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin: 4px; float: left;" src="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/09/SlowdiveSouvlaki.jpg " alt="" width="250" />Capita spesso di sognare di volare.</p>
<p>Il desiderio di provarci è bruciato in tanti e qualcuno ha pure creduto di riuscirci, seppur per un istante.</p>
<p>Un istante che è valso l&#8217;eternità, d&#8217;accordo, ma pur sempre un istante.</p>
<p>Ma quando il sole colpisce, la cera si scioglie ed è il ritorno ai più miti consigli.<span id="more-513"></span></p>
<p>When the sun hits <a href="http://www.youtube.com/watch?v=MF96gNl7O5A " target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=MF96gNl7O5A </a>(*) degli Slowdive racconta di Icaro e della sua presunzione.</p>
<p>Il suo volo con le bare (le ali), sotto il Paradiso, di qua dal paradiso.</p>
<p>Perchè la terra aspetta, quando il sole colpisce: ed è importante sapere dove sei, per ricordarti che più in là non potrai mai essere. Se te lo dimentichi bruci.</p>
<p>Ma alla fine era scritto: hai fatto a gara con il sole.Vincere? Beh, non avresti potuto&#8230;</p>
<p>Ora sei la sua canzone, yeah. E non ti resta altro che rifugiarti nel mito: la solita vecchia storia dell&#8217;uomo che capisce di essere un perdente quando si accorge di essersi perduto.</p>
<p>Il volo di un ultimo che voleva essere primo.</p>
<p>In realtà, l&#8217;ultimo volo: al di là della realtà.</p>
<p>Aldilà.</p>
<p>* I Gathering hanno forse reso anche più famosa When the sun hits (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=X_tH0VFrHXY" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=X_tH0VFrHXY</a>), forse perchè il canto di una donna accentua il suo lato sensuale e nostalgico, spostando l&#8217;atmosfera in una prospettiva più terrena.</p>
<p>
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		<item>
		<title>The Waterboys: Don’t bang the drum da This is the sea (1985)</title>
		<link>http://www.dejavoice.it/2009/08/16/the-waterboys-don%e2%80%99t-bang-the-drum-da-this-is-the-sea-1985/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Aug 2009 08:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Dessì</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incursioni di un fan]]></category>

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		<description><![CDATA[La prima canzone del disco.
Le note di una tromba che paiono l’annuncio di una contesa bandito da un araldo medievale.
Tutti possono partecipare ma pochi sono in grado di riconoscerlo, questo « posto speciale ».
Prima, devono DIMOSTRARE.
Dimostrare di essere meritevoli, dimostrare di essere pronti a spogliarsi della propria anima, perchè la « specialità » di questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/08/waterboys-this-is-the-sea.jpg"></a><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/08/waterboys-this-is-the-sea.jpg" alt="" width="300" height="300" />La prima canzone del disco.</p>
<p>Le note di una tromba che paiono l’annuncio di una contesa bandito da un araldo medievale.</p>
<p>Tutti possono partecipare ma pochi sono in grado di riconoscerlo, questo « posto speciale ».</p>
<p>Prima, devono DIMOSTRARE.</p>
<p>Dimostrare di essere meritevoli, dimostrare di essere pronti a spogliarsi della propria anima, perchè la « specialità » di questo posto è quella di saper diventare « favoloso », così, come d’incanto, all’improvviso.<span id="more-388"></span></p>
<p>Don’ bang the drum (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=cQrjlez5fJ8">http://www.youtube.com/watch?v=cQrjlez5fJ8</a>) racconta di un’ INIZIAZIONE : la corsa, antica quanto il tempo, tra i millantatori avidi di parole e profanatori di verità e i pochi che possono riconoscere la verità rispettando l’antichità della natura.</p>
<p>È la sfida tra il vecchio e il mare: se è vero che la natura propaga civiltà, allora è ancora più vero che la civilizzazione profana l’uomo (« and if I know you you&#8217;ll bang the drum… »), lo rende vuoto, combattuto tra l’inopia e l’opulenza, profeta dell’ineffabile incapace di essere libero.</p>
<p>La natura è la storia, al centro di un viaggio che dal « posto pagano » del disco precedente (« A  pagan place »,1983) conduce direttamente al mare (« This is the sea », titolo del disco e dell’ultimo brano): il mare come luogo sacro, raggiungibile non da chi si considera predestinato ma da chi è in grado di apprezzare la sapienza.</p>
<p>Una sorta di risveglio dalla terra di sepoltura.</p>
<p>Il mare non batte il tamburo, perchè il mare sa più dell’uomo, supplica, implora e respira come l’UOMO un tempo sapeva fare.</p>
<p>E avrà vita anche quando l’Uomo non sarà più.
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		</item>
		<item>
		<title>Arcade Fire: Neighborhood # 2 (Laika) da Funeral (2004)</title>
		<link>http://www.dejavoice.it/2009/08/10/arcade-fire-neighborhood-2-laika-da-funeral-2004/</link>
		<comments>http://www.dejavoice.it/2009/08/10/arcade-fire-neighborhood-2-laika-da-funeral-2004/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2009 08:10:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Dessì</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incursioni di un fan]]></category>

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		<description><![CDATA[Ai concerti, si aspetta sempre che risuonino le note di un inno.
La categoria dell’inno è antiaristotelica per eccellenza: inni concepiti per esserlo, inni passati inosservati ma riportati alla vita da altre voci, grazie a forme altre, inni generati dai sacrifici, inni involontari e inconsapevoli, inni loro malgrado…
Ai concerti, di solito,  tutto tace in attesa dell’inno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/08/funeral.jpg"><img class="alignleft alignnone size-medium wp-image-376" style="float: left; margin: 4px;" title="funeral" src="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/08/funeral-300x271.jpg" alt="" width="300" height="271" /></a>Ai concerti, si aspetta sempre che risuonino le note di un inno.</p>
<p>La categoria dell’inno è antiaristotelica per eccellenza: inni concepiti per esserlo, inni passati inosservati ma riportati alla vita da altre voci, grazie a forme altre, inni generati dai sacrifici, inni involontari e inconsapevoli, inni loro malgrado…</p>
<p>Ai concerti, di solito,  tutto tace in attesa dell’inno, anche se è un’agorà di voci e di sudore…</p>
<p>Ai concerti degli Arcade Fire c’è molta anomalia: per una band così originale, non iscrivibile in nessuna categoria e non imprigionabile in influenze da progenitura rock, formata solo ed esclusivamente da polistrumentisti e pensata come panorama in cui gli orizzonti non sono definibili, l’epifania diventa quasi un dovere. <span id="more-374"></span><br />
<a href="http://www.youtube.com/watch?v=3vMjM7FKjIg&amp;feature=related" target="_blank">Laika</a> è una rivelazione: contenuta in un disco che si chiama Funeral, un disco che ha come tema  la perdita delle persone, è la storia di una vita che, in qualche modo, prende forma e trova senso nella dignità nella ribellione.</p>
<p>Più che la storia, è l’AVVENTURA di una vita: l’inno, dedicato dai fratelli più giovani al fratello più grande (o alla sua memoria ?), diverso, forse condannato, certamente perdente ma non ancora perduto, che trova riscatto quando capisce che la condanna della sua diversità (certamente inflitta, ma anche autoinflitta) è una bugia. Allora usa l’ostentazione e combatte, allestendo tutti i giorni uno spettacolino – risse quotidiane con il padre (ancora la progenitura) -  per la gioia dei vicini e della polizia.</p>
<p>L’evocazione di chi, smettendo di mascherarsi, ha deciso di farsi riconoscere: l’avventura di chi ha esplorato senza poter tornare (Laika…) la scelta di chi ha deciso di non farsi più esplorare, ma se ne sta lì,  forse sghignazza, forse ride, adesso reagisce, e dopo non ce n’è più per nessuno.</p>
<p>La tentazione di uscire dal cerchio di un CONTA-STORIE « morso da un vampiro »: costretto a fare del male per liberarsi dal male.</p>
<p>
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		</item>
		<item>
		<title>La Crus: Come ogni volta – da Dentro me (1997)</title>
		<link>http://www.dejavoice.it/2009/07/27/la-crus-come-ogni-volta-%e2%80%93-da-dentro-me-1997/</link>
		<comments>http://www.dejavoice.it/2009/07/27/la-crus-come-ogni-volta-%e2%80%93-da-dentro-me-1997/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 09:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Dessì</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incursioni di un fan]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.dejavoice.it/?p=353</guid>
		<description><![CDATA[Ci sono canzoni che SEMBRANO.
Ce ne sono alcune che SEMBRANO ESSERE.
Ce ne sono altre che SONO e non se ne può dire più nulla.
Ce ne sono altre che si aprono lentamente, come se fosse il vento a scoprirle.
Ci sono anche canzoni &#8211; non capita spesso, ma quando capita è VERO &#8211; che indicano una direzione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left; margin: 4px;" src="http://www.dejavoice.it/wp-content/uploads/2009/07/dentro_me_la_crus.jpg" alt="" width="230" />Ci sono canzoni che SEMBRANO.</p>
<p>Ce ne sono alcune che SEMBRANO ESSERE.</p>
<p>Ce ne sono altre che SONO e non se ne può dire più nulla.</p>
<p>Ce ne sono altre che si aprono lentamente, come se fosse il vento a scoprirle.</p>
<p>Ci sono anche canzoni &#8211; non capita spesso, ma quando capita è VERO &#8211; che indicano una direzione, illuminano un passaggio, scoperchiano una botola.<span id="more-353"></span></p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=x3mlbRs0EfI&amp;feature=PlayList&amp;p=4658863922B09C4D&amp;playnext=1&amp;playnext_from=PL&amp;index=9" target="_blank"><strong>Come ogni volta</strong></a> è una di queste.</p>
<p>Sembra una semplice canzone d&#8217;amore. Il ritornello, la ripresa, l&#8217;ultima strofa, sono un omaggio: la rosa e le parole che la accompagnano. Ma non si tratta della prima rosa, la rosa del corteggiamento, fin troppo prevedibile, fino troppo facile da regalare: è la rosa non dovuta, inaspettata, quella che impreziosisce gli scrigni e rende uniche le collezioni.</p>
<p>Ma la prima strofa di <strong>Come ogni volta</strong> è abitata dalla nostalgia. Anzi, dalla contemplazione della nostalgia : « Sei le sbarre al mio silenzio/ Sei il nemico andato via/ Mille volte l&#8217;unica poesia /Sei la cella e il prigioniero/ L&#8217;illusione che cadrà/ Mille volte l&#8217;unica realtà ».</p>
<p>Sembra quasi di sentire parlare Amleto dal suo letto di morte, dove non è mai arrivato: sembra quasi il suo tentativo di prendere commiato dalla vita. Non c&#8217;è pentimento, non c&#8217;è indulgenza, forse non c&#8217;è nemmeno dolore &#8211; Amleto è troppo universale, non gli interessano queste emozioni, sono troppo semplici, certamente troppo umane &#8211; ma solo nostalgia.</p>
<p>Amleto non è solo: parla con Ofelia, anche se Ofelia non c&#8217;è, perché Amleto, dopo averla ammonita di conventi (le sbarre, il silenzio, la cella e il prigioniero), l&#8217;ha sconvolta e l&#8217;ha « destinata », nel senso che si è fatto artefice del suo destino. Lui che sapeva di essere predestinato, lei che sperava di non esserlo.</p>
<p>Pur avendola sacrificata, Amleto sta dicendo ad Ofelia che l&#8217;ha amata, non « Come ogni volta », ma per l&#8217;unica volta.</p>
<p>
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